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IMMA2L'indagine Eurisko-MSD Animal Health, presentata questa mattina a Milano ha esplorato anche l'atteggiamento degli italiani verso gli animali d'allevamento.
In questo settore per il 97% è davvero importante che venga fatta prevenzione. Nel 48% dei casi perché si ritiene che "se l'animale sta bene è più sano anche l'uomo che ne utilizza il prodotto". Controlli regolari, alimentazione sana, vaccini, ambiente curato sono aspetti che per gli italiani sono imprescindibili. Come anche la trasparenza sui dati della filiera.

Msd Animal Health, spiega Paolo Sani, "ha deciso in Italia di abbandonare la strategia della terapia di massa con antibiotici orali. Sul fronte  ricerca stiamo puntando molto sui vaccini. E il nostro portfolio di  oltre 250 prodotti è focalizzato per il 72,4% sulla prevenzione, e  abbiamo invece un 10% di antibiotici iniettabili utilizzati per curare il singolo animale che si ammala. Oltre a coprire nuove malattie  emergenti, sulle patologie classiche stiamo investendo in tecnologia,  per esempio per utilizzare al meglio i vaccini, con strategie come la  somministrazione intradermica che ha dimostrato di dare risposte  immunitarie positive più alte per il fatto che l'animale è meno  stressato. Il nostro messaggio è che un animale ben accudito riduce  notevolmente il rischio di diffusione di malattie, rende appagato il  proprietario e diventa parte integrante di un ecosistema in salute".

A due domande chiave ha risposto Roberto Villa, Professore Ordinario di Farmacologia e Tossicologia Veterinaria, Università degli Studi di Milano, intervenuto alla conferenza stampa.

Quali azioni si possono intraprendere per un uso prudente degli antibiotici? "E' fondamentale- risponde il professor Roberto Villa,  in ambito veterinario attuare tutti i mezzi di prevenzione
possibili: vaccinazioni, igiene, benessere animale, nutrizione e ammodernamento delle strutture di allevamento. Non dobbiamo però dimenticare che dal dopoguerra in poi, i farmaci antibatterici e
quelli antiparassitari sono quelli che hanno permesso di allevare gli animali da produzione alimentare in buone condizioni di salute e a costi contenuti, rendendo accessibili le proteine nobili a tutte le classi sociali"

Oggigiorno, aggiunge, " è impensabile eliminare il farmaco antibatterico dai nostri allevamenti, le conseguenze sarebbero un drastico peggioramento del benessere animale, una scarsa salubrità degli allevamenti, un maggior rischio di zoonosi e un elevato aumento dei costi di produzione. È invece necessario ridurre gli interventi terapeutici allo stretto necessario ed utilizzare i farmaci antibatterici secondo le indicazioni europee, sotto stretto controllo veterinario e con un’attenta sorveglianza coordinata a livello nazionale, senza trascurare l’attività di formazione e informazione che deve coinvolgere, in primis, tutte le figure professionali, ma anche la popolazione in toto".

La presenza di residui di antibiotici in ciò che mangiamo è dannosa per la salute? "No, non nuoce: si tratta di un luogo comune da sfatare"- risponde il professor Villa. "Per legge è stabilito un tempo di attesa tra l’ultima somministrazione del farmaco e la possibilità di utilizzare le derrate alimentari provenienti dall’animale trattato. Questo affinché la presenza di residui risulti in quantità minime e non pericolose per la salute".

Inoltre, "pochi lo sanno, ma esiste una regolamentazione europea che indica, tra le varie cose, la lista di tutte le sostanze che possono essere utilizzate per la terapia dell’animale e per queste vengono indicati i LMR, cioè il limite massimo residuale permesso negli alimenti di origine animale- ha aggiunto. Il residuo presente in carne, uova, latte, per elencare i cibi più comuni, "è stato valutato in modo approfondito a livello internazionale al fine di definire le quantità che non interferiscano con la salute e, nel caso degli antibatterici, non alterino il microbioma, cioè il complesso di batteri presenti naturalmente nell’intestino che sono fondamentali per il benessere generale. Per accertare che vengano seguite queste regole, in base al Piano Nazionale Residui, in Italia ogni anno vengono prelevati campioni di derrate alimentari di origine animale, sia in allevamento, sia al macello e inviati agli Istituti Zooprofilattici per l’analisi. I risultati a oggi sono ottimi, perché i casi di non conformità ai limiti stabiliti sono decisamente sotto l’1%".

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