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pollo supermercatoORE' pubblicato il rapporto finale "Gli italiani e gli antibiotici" curato dal Censis insieme all'Università di Foggia. Il focus sull'utilizzo di questi farmaci negli animali rivela un approccio prevalentemente consapevole sia fra i proprietari di animali da compagnia, sia fra i consumatori di prodotti alimentari di origine animale. Ma in entrambi i casi emergono orientamenti disinformati e contradditori. Soprattutto nella fasce meno prevedibili della popolazione: sono giovani e laureati gli italiani meno preparati sulla gestione degli antibiotici veterinari e più propensi a scegliere i prodotti che sul mercato si autodichiarano "antibiotic-free".


E' scaricabile dal sito del Censis, su incarico il rapporto finale "Gli italiani e gli antibiotici" realizzato con l’Università di Foggia, nell’ambito delle attività previste dal PNCAR (Piano Nazionale per il Contrasto all'Antimicrobicoresistenza- 2017-2020). La ricerca è stata presentata in anteprima alle professioni sanitarie nel corso di un webinar organizzato con il   Ministero della Salute, nel corso del quale sono state evidenziati i comportamenti virtuosi degli italiani intervistati e nel contempo le contraddizioni dell'approccio.

La pubblicazione integrale della ricerca permette di analizzare non solo le percezioni e i comportamenti dei proprietari di animali da compagnia, ma anche quelli dei consumatori di prodotti di origine animale. In particolare, la ricerca ha esplorato l'approccio all'uso degli antibiotici negli allevamenti.

Il 61% dichiara che l'uso di antibiotici negli allevamenti è "necessario" in presenza di animali malati per prevenire il rischio di una epidemia che potrebbe comportare l’abbattimento di tutti i capi. Per il 62% degli intervistati "è necessario"- in presenza di animali malati per prevenire il rischio di una epidemia che potrebbe comportare l’abbattimento di tutti i capi. Una quota simile di intervistati afferma che prima di essere immessi sul mercato, la carne o i prodotti di allevamenti (ad es. uova) in vendita sono stati controllati anche per verificare la presenza di residui di antibiotici. Ma per il 70%, gli stessi prodotti in vendita possono contenere residui di antibiotici.

Ancora alta la percentuale (81%) di intervistati che dichiara che l’utilizzo degli antibiotici per stimolare la crescita degli animali da allevamento è pericoloso per la salute degli animali
e dell’uomo, rivelando di non sapere che tale utilizzo è stato bandito dagli allevamenti europei tre lustri orsono. Analogo equivoco sull'uso a scopo preventivo degli antibiotici, laddove il 74,2% degli intervistati attribuisce agli allevatori un utilizzo talora eccessivo di antibiotici per non fare ammalare gli animali danneggiando così la salute dei consumatori.

Minoritarie, invece, le posizioni di chi crede che il maggior costo del prodotto possa rappresentare una garanzia di qualità e sicurezza degli alimenti (31,3%) e di chi è convinto che l’utilizzo di antibiotici sia invece una garanzia che il prodotto non derivi da animali ammalati (25,4%). In questo ultimo caso si rileva una variazione significativa tra gli anziani che condividono questa posizione nel 38,6% dei casi.

Le opinioni sull’uso di antibiotici negli allevamenti animali influenzano anche i comportamenti di consumo e così la proporzione di chi preferisce acquistare cibo che ha l’etichetta “senza-antibiotici” risulta ampiamente maggioritaria (86,3%) nella popolazione generale ed appena più bassa tra gli anziani (81,6%). La preferenza è più marcata tra le donne (87,0% contro 85,6%) e nelle classi di età intermedie. Tende ad incrementarsi con il livello di istruzione e non presenta variazioni a livello territoriale.

Dalla ricerca del Censis emerge una tendenza a considerare “pericolosi” gli antibiotici utilizzati per curare gli animali allevati. Inoltre, l’81,6% del campione nazionale non sa che gli antibiotici non non si usano per stimolare la crescita degli animali e non sa (70,0%) dei controlli su carni e uova per escludere l’esposizione alimentare alla presenza di residui antibiotici nel piatto: una evenienza che non si verifica, come da ultimo rapporto Ministero della Salute/ISS.

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